ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

FINCHE’ NAPOLI NON CAMBIERA’ LE ECCELLENZE SERVONO A POCO.

 

 

L’articolo di Galli della Loggia, in risposta a uno scritto del Maestro Riccardo Muti, apparso sul Corriere del Mezzogiorno del 31 agosto ha sollevato – finalmente ! – un vespaio di opinioni favorevoli e contrarie su di un argomento insieme antico e attuale, da parte di personaggi che costituiscono parte attiva e appassionata della società Napoletana.
Galli della Loggia è fondamentalmente uno storico e nel suo articolo sono presenti citazioni di argomenti che vanno sì approfonditi ma che sono senz’altro ampiamente reali e documentabili :
• Il concetto delle “ eccellenze “, il loro significato e la loro utilità;
• la turistizzazione selvaggia;
• la “camorizzazione “ della borghesia ma, direi, in maniera allargata il ruolo della borghesia.
L’eccellenza può costituire un simbolo, anche divulgativo, di una nazione che, attraverso di essa, vuole rappresentare l’apice della sua produzione materiale, intellettuale, artistica; il suo valore deve consistere nel fatto che alla sua fruizione e alla sua realizzazione partecipi tutta la Società di quella Nazione non solamente, ma che essa eccellenza si situi al culmine di una piramide che sia solida e grande principalmente nella sua base; non può essere un fenomeno isolato, quindi, che abbia al di sotto di se stessa un grande vuoto e che abbia, pertanto, solo valore propagandistico.
Icastica la citazione, da parte della professoressa Daniela Savy, che purtroppo non conosco personalmente, del tratto ferroviario Napoli – Portici, argomento caro al Populismo neo borbonico: sterile esperimento elettorale e demagogico, pseudo nostalgico e gratuitamente assolutorio. La ferrovia suddetta era un balocco al pari delle uova di Fabergé alla corte dello Zar Nicola II;fu realizzata con progettazione e tecnologia straniere nel 1839, era lunga circa sette chilometri ed era stata creata per agevolare il trasferimento della famiglia reale da Napoli alla residenza estiva di Portici fatta edificare da Carlo III nel 1738 ; veniva realizzata in un momento nel quale le Ferrovie in altre realtà, vivevano un grande sviluppo al servizio della Società tutta e, soprattutto, al progresso di queste realtà sociali mentre la nostra arrancava a distanza di più di un secolo dalla Rivoluzione industriale inglese; ecco il classico esempio di “eccellenza” avulsa dal contesto sociale e che, comunque, costituisce il parametro fisso e rappresentativo per un certo tipo di storiografia. Chi scrive, naturalmente, non ignora l’esistenza di alcune realtà industriali, e non solo, esistenti nel Regno delle due Sicilie.

Come napoletano sono felice e orgoglioso per il fatto che la città di Napoli oggi venga conosciuta nel mondo – e finalmente anche a Napoli – non per quel famoso pino, bonanima, di via Orazio bensì per il suo patrimonio storico, culturale, architettonico e artistico; la qual cosa ha attirato, con cifre da record, una quantità notevolissima di turisti sia dall’Italia che dall’estero; sicuramente di questo fenomeno dovrebbero giovarsi tutti i Napoletani e non solo quelli interessati nella immediata gestione del Turismo.
Questo non accade, o accade solo parzialmente e in misura insufficiente, per due motivi; il primo è che si favoriscono le attività turistiche, come quelle semplicemente ludiche, a scapito molte volte dei cittadini che nella città dimorano e, soprattutto, lavorano tutti i giorni e tutte le notti di tutto l’anno, come segnalato nel citato articolo di della Loggia ; il secondo è che il denaro ricavato dalle fiorenti attività ludiche e turistiche dovrebbe entrare in un circuito economico – attraverso la distribuzione in servizi delle tasse incassate – nel quale tutti i Napoletani fossero beneficiari: già è risaputo che i proventi del turismo sono a beneficio di una ristretta parte della comunità ma se si aggiunge che poco o nulla di questi proventi viene distribuito per inefficacia amministrativa, i Napoletani si prendono la parte selvaggia della turistizzazione e rimane loro solo l’orgoglio del plauso alla propria storia.

Alcuni napoletani “ peccano di assoluta mancanza di percezione del bene comune “ : triste ma vero e tanto più triste quando questo fenomeno diviene caratteristica della classe dirigente o di una parte di essa.
Mediante un sillogismo singolare e difficilmente condivisibile l’ingegnere Edoardo Cosenza conclude che “ la Camorra per definizione non è a Napoli “ : ma non capisco, di quale Napoli parla?
La Borghesia si trova a lavorare con la Camorra, dal momento che questa gestisce in maniera dominante i flussi finanziari della città: purtroppo è un fenomeno economico, non bello, che il terziario di cui fa parte la Borghesia si debba appoggiare ai settori della produzione e quindi ai suoi gestori, di cui fa parte la Camorra; e questo non vuole annullare le colpe storiche delle classi dirigenti meridionali.
Antonio Polito sul Corriere del Mezzogiorno del 1 settembre cita come la Camorra si sia affermata in seguito a una estraneità dello Stato e che poi sia cresciuta e degenerata fino ai livelli odierni, incompatibili in una Società civile; nasce in effetti ancora prima dell’Unità d’Italia come interlocutore intermediario dei Padroni nella difficile e imperfetta transizione dallo Stato feudale allo Stato costituzionale occupando come un cancro luoghi e spazi in maniera vieppiù crescente; il risultato – reversibile ? io certamente non vedrò il cambiamento – è sotto gli occhi di tutti coloro i quali vogliano vederlo.
Ma, qui non sono d’accordo con il della Loggia, buona parte della Borghesia si differenzia, nelle sue attività, da quella parte di Borghesia che si è lasciata corrompere per partecipare al grande bottino rendendosi complice del sequestro della ricchezza circolante in circuiti chiusi e malsani.
La colpa che io faccio alla parte sana della Borghesia meridionale, che si compone di decine di migliaia di elementi, è quella di essere scomparsa completamente dall’agone politico con una serie di scusanti talvolta valide ma molto spesso no; i luoghi della Politica devono tornare a essere quelli della sana passione e della sana tensione morale: i Partiti e le loro sedi e le competizioni elettorali; non si può continuare a essere i voyeurs della Politica dalla poltrona di casa o a giocare sui social; penso che sia il momento di rimboccarsi le maniche, di smettere di osservare l’Amministrazione del Paese come se si stesse guardando una partita di calcio; è l’ora di rimettersi in gioco e…… sì, di “sporcarsi le mani”.

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