Ulrico Bracci

Ho tracciato con molto piacere, per la Historical Section della EAU, un profilo del mio maestro il professore Ulrico Bracci.
Parole scritte, pubblicazioni scientifiche, libri, gratificazioni accademiche divengono rapidamente obsolete; tuttavia i momenti della verità sono stati per tutti, ma in particolare per il Chirurgo, quotidianamente vissuti per tutta la vita e i risultati, i frutti del lavoro per quanto esso sia stato innovativo e di grande importanza per la soluzione dei problemi che la patologia umana comporta, certamente non gli sopravvivono a lungo.
Tuttavia meritano di essere ricordati non solo per l’omaggio all’uomo, ma soprattutto perché essi costituiscono sempre un passo avanti nel continuo divenire della Scienza.
Il patrimonio delle conoscenze che i Maestri del passato lasciano alle generazioni successive costituisce, difatti, il punto di partenza per le conquiste scientifiche del futuro.

L’uomo

Parlare del mio Maestro è per me un onore e, soprattutto, motivo di sincera commozione perché torneranno alla mia memoria la sua figura di uomo, di maestro, di scienziato, di accademico e di professionista,figure che per tanti anni hanno per me costituito modelli da copiare fedelmente impostando su di essi la mia vita.
I suoi difetti? C’erano; ma agli occhi della maggior parte di noi giovani che con lui collaboravano, vivendo quasi in simbiosi, apparivano come peccati veniali, passibili quindi di perdono senza penitenza.
Uomo dal portamento elegante, di fascino e carisma senza limiti, riusciva ad attirare su di sé in ogni circostanza. Nonostante una vita di relazione intensa e condotta negli ambienti più esclusivi, la sua vera vita si svolgeva nel suo ambiente di lavoro in mezzo ai suoi collaboratori tutti, dai più vecchi ai più giovani, con i quali era solito discutere non solo dell’attività clinica e scientifica da svolgere ma anche, nei momenti di maggiore serenità, dei suoi hobby più cari.
Mi piace ricordare, per esempio, quando, dopo la pausa natalizia, tornava dalla caccia grossa praticata in Africa e amava parlare dei trofei raccolti e ormai già in Inghilterra per la necessaria preparazione alla loro definitiva conservazione; o anche delle avventure vissute accanto al cacciatore bianco di professione che lo accompagnava.
Su dl lui molti sarebbero gli aneddoti che potremmo raccontare, alcuni divertenti, come il piacere di effettuare percorsi di guerra, artificialmente allestiti da un suo amico nella propria tenuta di campagna e dai quali tornava il più delle volte con doloretti vaganti in vari punti del corpo. O anche ricordare la grande passione, anche se solo momentanea, che lo assalì per il Go Kart; ne acquistò uno del tutto speciale per aspetto e motorizzazione che utilizzava spericolatamente ogni volta che ne aveva la possibilità; credemmo opportuno, in gruppo, regalargli un caso protettivo a salvaguardia della sua sicurezza e del nostro futuro accademico e professionale.
Noi suoi allievi abbiamo avuto la fortuna di un Maestro per il quale la sovrastruttura formale di appartenenza alla Accademia non aveva la sia pur minima influenza. E’ così che la convivenza con lui, sia pure mantenendo il dovuto rispetto reverenziale nei suoi confronti, era caratterizzata da rituali incontri anche nei riguardi della nostra e della sua vita privata.
Quante volte nella bella stagione, finita la seduta operatoria, si finiva per pranzare con lui sulla sua barca ancorata a Fiumicino ! O quando ancora, a Firenze, nello spacco del pranzo con lui volavamo nella sua tenuta di Guicciano per controllare l’allevamento dei fagiani e, spesso, per redarguire il guardiacaccia che non si comportava seguendo i principi scientifici che il Professore di volta in volta indicava per la conduzione.
Era affascinato da tutto ciò che poteva essere considerato bello! E soprattutto amava la pittura contemporanea della quale era solito circondarsi sia a casa che nell’ambiente di lavoro.

Il Maestro

Era quasi maniaco nella ricerca del metodo migliore di esecuzione per le attività più disparate ma in particolare per l’attività chirurgica; ogni tipo di intervento era codificato nei minimi particolari e disponeva di una sua scatola sterile contenente tutti i ferri e i presidi chirurgici speciali che la sua esecuzione prevedeva essere necessaria. Soprattutto era stabilita la sequenza delle manovre procedurali che la strumentista e tutti i partecipanti al tavolo operatorio dovevano conoscere così che ognuno sapesse in ogni momento cosa doveva fare senza la minima esitazione e senza perdita di tempo.
Il pomeriggio di ogni venerdì fino a sera inoltrata era dedicato con lui alla discussione collegiale della letteratura letta da ciascuno di noi durante la settimana, alla formalizzazione di argomenti di possibile ricerca scientifica, clinica o sperimentale; alla programmazione organizzativa di procedimenti chirurgici particolari e innovativi. Erano i meeting del venerdì che chiudevano la settimana di lavoro ma solo teoricamente, perché il sabato si faceva, con la sua presenza, la programmazione della intera settimana successiva esaminando tutta la documentazione clinica di ogni malato programmato.

Il Chirurgo

Ricordo che ero ancora studente del 4° anno quando fu istituita la Cattedra di Urologia presso la Facoltà medica dell’Università di Firenze; la direzione era stata affidata al Professore Ulrico Bracci, eminente chirurgo già conosciuto da tutti noi, giovani studenti, perché seguivamo, appollaiati attorno alla cupola di vetro della sala operatoria della Clinica chirurgica, il suo modo di fare chirurgia: mai una goccia di sangue libera sul campo, gli isolamenti nelle sue mani procedevano precisi e sicuri senza la minima esitazione e l’organo interessato emergeva dai tessuti che lo circondavano come per magia; ogni manovra era finalizzata, nessuna mossa inutile e le operazioni dello stesso tipo si ripetevano routinariamente uguali, condotte con semplicità, tanto da far sembrare a tutti noi di poter fare altrettanto da subito.
Nasceva allora L’Urologia fiorentina che avrebbe cambiato in poco tempo radicalmente la nostra disciplina.
Finirono i tempi in cui la semplice apertura del peritoneo consigliava perentoriamente l’Urologo a convocare il Chirurgo generale perché si occupasse personalmente del caso; con il Professore Ulrico Bracci cominciò, dunque, una nuova epoca nella storia della Urologia praticata fino ad allora in Italia.
Finalmente la terapia chirurgica delle affezioni dell’apparato urinario è a tutto campo e attuata sia per via extraperitoneale che trans peritoneale e molta della chirurgia demolitiva è sostituita dalla chirurgia conservativa.
Nasce in Italia la chirurgia ricostruttiva delle malformazioni congenite, non ché quella sostituitiva quando l’organo in causa non può più assolvere alla sua funzione e/o il suo permanere nell’organismo costituisce un grave rischio per la vita.
L’uso dell’intestino era quotidianamente in causa e aprì la strada alla terapia sostitutiva della via escretrice; così nacque la vescica rettale nelle sue tre varianti dopo cistectomia; così nacque la chirurgia di ampliamento della vescica quando l’organo, per morfologia o per funzione, non era più idoneo ad assolvere il suo compito di serbatoio continente; così nacquero le derivazioni urinarie esterne trans intestinali sia con carattere di temporaneità che con carattere definitivo; così nacque la uretero-ileoplastica nelle sue diverse soluzioni: erano i tempi in cui la possibilità dell’autotrapianto renale in sede iliaca, quando la stoffa ureterale veniva a mancare, non era neanche pensabile.
Cose di altri tempi, che furono oggetto di studio, di valutazione clinica e assidua, continua, profonda ricerca allo scopo di attuare una stretta valutazione o meno dei provvedimenti di volta in volta impiegati.
Negli anni ’50 era così vivo il concetto che la terapia delle neoplasie richiedesse sempre una demolizione il più radicale possibile che sorse nella nostra Clinica anche l’idea che il Carcinoma prostatico potesse giovarsi di tale principio; sorse così la prostatectomia radicale, allora etichettata come prostatectomia extracapsulare ( extra aponeurotica secondo Gil Vernet).
Nelle mani del Professore Bracci l’intervento era anatomicamente perfetto, senza complicanze in particolare di tipo chirurgico ma i risultati furono deludenti rispetto all’andamento evolutivo della malattia, soprattutto in termini di recidività, che consigliarono l’abbandono del provvedimento; purtroppo all’epoca non era ancora chiaro il concetto moderno di stadiazione per cui l’intervento veniva praticato in condizioni di evoluzione neoplastica che non permettevano di ottenere con esso una situazione di tumor free e quindi di guarigione clinica.

Il Ricercatore

Il mio Maestro era continuamente alla ricerca del nuovo, del futuribile.
E’ con il suo innato entusiasmo che le prime utilizzazioni del rene artificiale furono fatte dalla nostra scuola, a Firenze, utilizzando una macchina ideata, se non erro, da Battezzati, la cui semplice preparazione – lo ricordo come se fosse oggi – impegnava tutto un gruppo di

noi per due giorni per giungere finalmente al suo impiego, con un consumo di sangue in quantità assolutamente proibitiva; in tali condizioni la dialisi extracorporea poteva solo essere impiegata sporadicamente e solo nella insufficienza renale acuta. E’ solo negli anni successivi che nasceranno i nuovi reni artificiali; siamo, dunque, ancora lontani da quella che sarà la terapia della insufficienza renale cronica attuata con la dialisi periodica sistematicamente attuata.
Nel 1963 il professore Bracci fu chiamato a Roma in seguito alla costituzione presso quella Università dell’insegnamento ufficiale dell’Urologia con cattedra di ruolo e reparto clinico dedicati; è a Roma che inizia per la nostra Scuola quella disciplina che il nostro Maestro indicherà con il nome di Nefrologia chirurgica, disciplina che aveva come obbiettivo la preparazione dei malati che erano destinati al trapianto renale.
Purtroppo, nonostante una capillare organizzazione sia tecnologica che di preparazione culturale di uno specifico gruppo di noi, l’obbiettivo trapianti naufragò a tutto vantaggio della Chirurgia generale; basti ricordare che il primo trapianto renale fu eseguito dal professore Pietro Valdoni e che il Centro per i trapianti del Consiglio Nazionale per le Ricerche fu affidato al professore Paride Stefanini, l’uno Clinico chirurgo e l’altro Patologo chirurgo dell’Università di Roma.
All’epoca la calcolosi urinaria, per frequenza e gravità, costituiva uno dei maggiori impegni dell’attività dell’Urologo ed era oggetto di assidua ricerca, in particolare di procedura chirurgica allo scopo di attuare provvedimenti che potessero assicurare la completa rimozione della o delle formazioni ma con il minimo coinvolgimento del rene e della sua funzione; tuttavia la rimozione delle formazioni litiasiche, per dimensione o per dimensioni spaziale, spesso richiedeva il ricorso a nefrotomie più o meno estese, vedi la grande pielo-calico-nefrostomia inferiore, le nefrotomie multiple mirate sui calici, fino alla grande nefrotomia bivalve in ischemia calda o fredda.
Erano provvedimenti chirurgici di grande impegno per l’esecutore al quale si richiedeva soprattutto equilibrio di scelta e continua valutazione del costo/beneficio di ogni manovra nei confronti dell’organo e soprattutto del Paziente; nel tentativo di evitare il più possibile l’accesso trans parenchimale con il professore Bracci mettemmo a punto tutta una serie di accorgimenti sia per raggiungere ed esplorare tutte le cavità caliciali, con il minimo trauma, utilizzando specifiche pinze angolate sia, per la ricerca di formazioni non visibili nel corso dell’intervento, utilizzando lo studio radiologico intra operatorio attuato con apparato radiologico odontoiatrico e con lastra posta a contatto del rene appositamente studiata per dimensioni e, soprattutto, per qualità tecniche di risoluzione.
Via via negli anni sono diversi i ferri chirurgici che il professore Bracci ideò e fece costruire da un tecnico, Berto Guarducci, bravissimo e paziente tornitore; entrambi, come diceva lo stesso Guarducci, erano appassionati di “meccanica chirurgica” .
1. Serie di pinze da calcoli renali
2. Serie di ferri di diversa angolazione per pielostomia trans caliciale intra operatoria.
3.Serie di passacateterei ureterali intraoperatori.
4.Divaricatore vescicale a branche multiple intercambiabili noto un po’ a tutti gli urologi italiani.
5.Serie di divaricatori da polo renale
6. Divaricatore addominale circolare sempre a branche multiple fissabili in posizione variabile secondo necessità.
Poi tanti piccoli attrezzi per facilitare quelle manovre che, attuate in modo diretto sul campo chirurgico, potevano essere causa di coinvolgimenti lesivi; i singoli ferri tornavano più volte in “officina” perché le prove del fuoco fatte dal professore Bracci in sala operatoria rarissimamente erano immediatamente soddisfacenti; le modifiche ogni volta da fare erano numerose ma, in verità, anche indispensabili.
L’accademico
Se la Chirurgia ha sempre costituito l’interesse maggiore per il mio Maestro, non meno importante per lui fu l’interesse verso tutto quello che riguardava il percorso accademico della disciplina urologica.
E’ così che il professore Bracci si adoperò in modo veramente concreto affinché a livello ministeriale si riconoscessero insegnamenti settoriali che costituivano, nel loro insieme, l’intero patrimonio culturale, scientifico e professionale della Urologia.
Nacque allora nell’insegnamento universitario il “gruppo” ( n.61) Urologia nel quale confluivano:
1. La Clinica urologica
2. La Patologia urologica
3. La Urologia pediatrica
4. La nefrologia chirurgica
5. La Urologia ginecologica
Per queste discipline furono espletati singoli concorsi nazionali e ciascuna ebbe una propria cattedra operante in piena autonomia. La prima Università che istituì questi nuovi insegnamenti fu, ovviamente, l’Università di Roma e ciascuna delle nuove Cattedre iniziò il suo percorso didattico, scientifico e professionale. Successivamente nacquero l’Urologia pediatrica a Padova e la Patologia urologica a Chieti.
Tale era il desiderio del professore Bracci di veder proseguire in modo tumultuoso la cultura nefro-urologica nell’ambito della Medicina di allora che riuscì, a porre le basi e a dar vita alla Società italiana di Nefrologia medica e a quella di Andrologia chirurgica.
Per la presidenza della Società italiana di Nefrologia medica si sarebbero dovute alternare, se ben ricordo, ogni due anni un Urologo e un Clinico medico e così fu.
L’obbiettivo da perseguire era un reciproco trasferimento di cultura, medica all’Urologo e chirurgica al Nefrologo e per alcuni anni fu possibile organizzare i Congressi delle due società in sequenza in modo da consentire una reciproca partecipazione; ma le due discipline ben presto seguirono i loro specifici percorsi e non fu, di seguito, possibile raggiungere l’obbiettivo come avrebbe auspicato il professore Bracci.
Era necessario giungere a un sufficiente numero di cattedre di Urologia per poter formare le Commissioni di concorso a Cattedra in modo autonomo, non più integrate da almeno due Professori di Chirurgia generale. Dove fu possibile, quindi, promosse con calore l’istituzione dell’insegnamento autonomo della nostra Disciplina e i concorsi cominciarono a fiorire; il Concorso del 1975 fu l’ultimo a Commissione integrata, da allora sono gli Urologi da soli che decidono il futuro didattico-scientifico della loro Disciplina.
Questo che ho cercato di raccontare, purtroppo sommariamente, era il professore Ulrico Bracci, uomo esuberante di pensiero e di iniziative.
Al suo nascere come Urologo ha preso in mano l’Urologia, in Italia vecchietta, ma poco più che neonata nel suo peculiare sviluppo, accompagnandola poi in un cammino aspro e difficile ma spianandole la strada giorno per giorno, con indicibile passione; soprattutto adoperandosi senza tregua per portarla alla grande dignità culturale e professionale cui era ormai da tempo giunta l’Urologia europea A mio parere è questo un riconoscimento che gli è dovuto e penso che la figura del professore Bracci dovrà occupare nella Storia della Urologia italiana ed europea il giusto spazio che gli compete.

Tullio Lotti

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